Approfondimenti e ricerche di storia della letteratura italiana: L.Pirandello

La produzione letteraria e teatrale di Luigi Pirandello, complessivamente considerata, delinea una concezione della vita che riflette la crisi del Positivismo e manifesta la sfiducia nella ragione e i dubbi, le insicurezze e lo scetticismo tipici del Decadentismo.

di Francesco D’Andrea

Si dice generalmente che Pirandello (Agrigento 1867 – Roma 1936)  fa il suo esordio in letteratura come verista, ma va detto subito che in quelle novelle dove, per l’ambientazione, la descrizione di luoghi e personaggi, la prosa irta di  neologismi e regionalismi meridionali, è evidente l’impianto verista, la rappresentazione della realtà è ironica, in quanto i personaggi sono dei ribelli che protestano contro una società ipocrita ed alienante e sono, quindi, già più una prima esplicita testimonianza del pensiero dello scrittore e della sua ideologia, che un riferimento alla narrativa verista di cui Pirandello rifiuta la tecnica dell’impersonalità dell’arte.

Ecco perché il tema di fondo delle opere di Pirandello è costituito dall’angoscia esistenziale e, col susseguirsi della sua produzione, filosoficamente, si consolida su due principi basilari: non si può mai essere certi di conoscere la verità nel giudicare le azioni umane”; “ogni uomo è sostanzialmente estraneo agli altri e anche a se stesso”.

Pirandello non si limita ad enunciare questi principi, ma cerca di dimostrarli attraverso le paradossali vicende dei suoi personaggi. Questi, o agiscono in modo apparentemente illogico o almeno inspiegabile, o si trovano spesso di fronte a fatti di cui ognuno dà la propria spiegazione secondo il suo personale punto di vista. Eppure né il buon senso, né la logica, né le convenzioni normalmente accettate riescono a dar la certezza di poter sapere chi ha ragione, il perché di un certo modo di comportarsi, quale sia la verità. Ognuno ha la sua verità, il suo punto di vista e in ultima analisi non può nemmeno comunicarlo agli altri.          

La verità delle cose, degli oggetti è la sola evidente di per sé: un tavolo è un tavolo, un cucchiaio è un cucchiaio; ma chi può affermare con sicurezza che ciò che considera giusto o ingiusto è veramente tale? L’impossibilità di trovare una verità oggettiva valida per tutti genera tra noi e gli altri una frattura tutte le volte che cerchiamo di affermare noi stessi.

Fin dalla nascita, secondo Pirandello, ci troviamo inseriti in una società precostituita, regolata da leggi, convenzioni, abitudini consolidatesi e radicatesi nel tempo. In tale contesto, inseriti nostro malgrado, siamo costretti a muoverci secondo schemi ben  definiti, a ricoprire il nostro ruolo di avvocato, docente, medico e via dicendo, secondo principi e modalità che soffocano la nostra intima individualità e anche i nostri istinti, i nostri impulsi di protesta e di ribellione.

Sotto il peso di tali convenzioni sociali freme il nostro spirito perché avverte, di tanto in tanto, sentimenti in contrasto con l’abito e la maschera che abbiamo scelto per noi o ci hanno imposto gli altri.

Quando, come talora accade, la forza istintiva, insita in ognuno, esplode, facendo saltare le barriere dei pudori e liberando i desideri repressi, allora la maschera cade ma entriamo in crisi, perché siamo come un violino stonato e stridente rispetto al concerto di tutta la società. Prima o poi sentiamo il bisogno d’imprigionarci nuovamente in un altro abito sociale, altrettanto provvisorio e soffocante, di  calarci sul volto una nuova maschera per interpretare un nuovo ruolo, mentre si rivela impossibile riprendere, sic et simpliciter, quello di prima.

Pirandello esplicita questo messaggio, attraverso le vicende del protagonista principale del romanzo “Il fu Mattia Pascal”, l’uomo che, in sostanza, ha la ventura di vivere due volte, perché, creduto morto, entra in una nuova vita con altri connotati anagrafici, ma presto si accorge di essersi intrappolato nuovamente e, quando decide di uscirne per riprendere l’antica identità sociale, viene considerato un intruso e preferisce vivere in solitudine, sempre alla ricerca del suo vero essere, della sua autentica identità.

L’incertezza di poter affermare la propria intima personalità, di manifestare l’autenticità del proprio essere, secondo Pirandello, si riflette anche sulla consapevolezza di noi stessi, sul concetto che ognuno si è fatto di sé. Chi sono io? Sono come mi sento essere o come mi vedono gli altri? I centomila altri che mi circondano hanno ciascuno un’immagine diversa di me. Allora, in effetti, l’uomo è continuamente diverso da quello che crede di essere, a sua volta già diverso da quello che credeva di essere prima e crederà di essere dopo, e diverso da quello che gli altri immaginano che egli sia, sicché è nello stesso tempo “Uno, Nessuno e Centomila”. Questo è appunto il messaggio che Pirandello vuole comunicare nell’omonimo romanzo, in cui il protagonista, quando scopre che ciascun altro lo vede a modo suo, si mette a distruggere con sconcertanti iniziative le personalità che gli altri gli attribuiscono fino a ridursi ad un mendicante, ospite di un ospizio costruito con le sue ricchezze.

Pirandello comincia ad essere famoso intorno agli anni della prima guerra mondiale, quando all’improvviso scopre la sua vera vocazione, quella di autore teatrale e questa nuova attività lo assorbe completamente, tanto è vero che nel 1924 riesce a fondare una sua compagnia con la quale compie varie tournées non soltanto in Italia, ma  anche all’estero. Come nella produzione narrativa, anche nelle opere teatrali Pirandello sviluppa i temi della sua filosofia, elaborando quei quesiti di natura esistenziali vecchi quanto il mondo, tuttavia riproponendoli dopo aver tolto ad essi ogni carattere di astrattezza. Infatti, i suoi personaggi non sono “filosofi” che dibattono in linea di principio, sono uomini veri, gente comune, di tutti i giorni, protagonisti di vicende sicuramente insolite, eccezionali, cerebrali forse, ma non inverosimili e in ciò si coglie la mano dell’artista che ottiene nel 1934 il premio Nobel per la letteratura. I personaggi pirandelliani sono i tipici rappresentanti della società borghese del suo tempo: piccoli uomini avviluppati in una rete di gretta rivalità, di meschinità, di presunzione, di rispettabilità soltanto apparente. Si tratta di persone che manifestano la propria incertezza interiore, tutta la propria insicurezza quando si trovano di fronte a fatti, problemi, situazioni a cui non avevano mai pensato. Non ci sono eroi, si può dire, ma tutti sono comparse, senza un ruolo definito, preciso, significativo, nel volgere  continuo dell’esistenza. E l’artista riesce a dar vita a questi personaggi grazie alla grande vivacità della sua fantasia, alla profonda conoscenza dell’animo umano, alla sapiente abilità nel costruire la struttura narrativa e le scene delle rappresentazioni teatrali. 

Ecco perché è nel teatro che Pirandello sviluppa scenicamente i punti basilari della sua “filosofia”: l’incomunicabilità e il cosiddetto giuoco delle maschere.        

Nel 1910 Pirandello sintetizza in questo modo la sua visione dell’esistenza umana:

 Io penso che la vita è una molto triste buffonata; perché abbiamo in noi, senza poter conoscere né perché né da chi, la necessità di ingannare di continuo noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre vana ed illusoria. Chi ha capito il giuoco non riesce più ad ingannarsi; ma chi non riesce più ad ingannarsi non può più prendere gusto né piacere alla vita…” 

Dunque la vita è un’assai triste buffonata, è insita in noi la necessità di ingannarci continuamente con la creazione di una realtà vana ed illusoria e quando, capito il meccanismo, non riusciamo più ad autoingannarci, non prendiamo neanche più gusto e piacere alla vita.

Ecco perché sostiene lo scrittore: 

La mia arte è piena di compassione per tutti quelli che s’ingannano; ma questa compassione non può non essere seguita dalla feroce irrisione del destino che condanna l’uomo all’inganno”.

Questa visione pessimistica dell’esistenza che riduce la vita ad uno scherzo del destino che ama giocare con gli uomini come con dei burattini, porta alle conseguenze estreme la frattura tra l’uomo e la sua  vita: l’una non esiste se non come apparenza, l’altro se non come autoinganno. E’ la tipica tragedia pirandelliana dell’impossibile, più vicina ad una commedia amara, grottesca e polemica. Una commedia tragica, si potrebbe dire, se i due termini non fossero antitetici. E spesso i contemporanei dello scrittore scambiarono per opere comiche quei drammi in cui un personaggio vistosi “allo specchio” e riconosciutosi vano e inconsistente, tenta la ribellione del disperato contro il muro delle ipocrisie e delle falsità sociali.

 Nel teatro di Pirandello la “maschera”, vale a dire il finto ruolo che ciascuno si sceglie come proprio, riesce sempre a prevalere, ad avere la meglio sulla reale personalità del personaggio fino al disastro totale. Non potendo avere in effetti l’uomo realtà oggettiva ed autonoma, quello che veramente conta è l’apparenza, l’ombra che si è creato di sé o gli hanno imposto gli altri. La società vuole che egli continui ad essere sempre quell’ombra, perché se tenta di mutare questo fittizio  equilibrio, di stravolgere il giuoco delle maschere si genera la catastrofe. Non si è più certi di nulla, l’esistenza stessa delle persone è messa in discussione, le quali è come se non fossero mai venute al mondo, la verità risulta inconoscibile ognuno po’ costruirsela come vuole e quindi conta solo quello che ognuno può congetturare con la sua immaginazione, con il suo modo pensare o concepire quella che crede essere la realtà, “come gli pare”. E il caso del celebre “Così è (se vi pare)”: scomparsi i documenti dello stato civile, assurti a simbolo delle finzioni e convenzioni su cui si regge la società, non è più possibile stabilire se una donna è la prima o la seconda moglie di un uomo, se è quella che si chiama Giulia o l’altra di nome Lina.

Più disperato è il dramma dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, che, alla prima mondiale della sua rappresentazione, il 10 maggio del 1921, determina una violenta reazione della maggior parte del pubblico, che si sente quasi preso in giro da quei sei personaggi che hanno portato sulla scena una vicenda che sembra poco definire sconcertante. Molti spettatori, all’indirizzo dell’autore presente in sala al teatro “Valle” di Roma, scandiscono in  coro “buffone” e qualche esagitato minaccia anche di passare  alle vie di fatto. In futuro le cose cambiano perché il pubblico e la  critica cominciano a capire l’arte di Pirandello e il suo teatro d’idee e le polemiche in parte si placano, così l’accoglienza ai “Sei personaggi in cerca d’autore” cambia radicalmente, si coglie il loro dramma assoluto. Non può un autore concepire una storia squallida, vergognosa, con sei personaggi e poi rifiutarsi di scriverla, di mettere in scena quei personaggi che reclamano di esistere, di farsi conoscere per quello che sono. E quindi i sei vogliono dire le proprie ragioni, farsi comprendere, magari amare, avere insomma una qualche realtà, perciò vanno da un regista e gli chiedono di essere portati sulla scena. La beffa del destino è davvero atroce, anche sulla scena essi non riescono a vivere il loro dramma. Non possono manifestarsi con la loro vera realtà, sono costretti a prenderne un’altra, quella di come gli altri li vedono e sono condannati a non essere come si sentono.  

Che fare? Niente, non possiamo infrangere il giuoco delle convenzioni sociali, prenderci lo sfizio di mettere in piazza la verità, perché rischiamo di essere presi per pazzi, o siamo costretti a dichiararci tali per rimediare e far tornare le cose a posto, come nel caso del “Berretto a sonagli, dove una moglie gelosa cerca inutilmente di dimostrare la tresca e il tradimento del marito, coinvolgendo, irresponsabilmente, nello scandalo anche il ruolo e il decoro sociale del marito della rivale e della sua stessa famiglia, ed è costretta alla fine a fingersi pazza per ripristinare le apparenze e le convenienze sociali compromesse.

Se abbiamo sul volto una maschera e dobbiamo vivere come maschere, ingannando e ingannandoci, ecco forse l’unica l’alternativa possibile: un lucido delirio, una finta pazzia.

 

Un giorno…da sé, chi sa come, un giorno il guasto qua (si tocca la fronte) che so…si sanò. Riapro gli occhi a poco a poco, e non so in prima se sia sonno o veglia; ma sì, sono sveglio; tocco questa cosa e quella: torno a vedere chiaramente…Ah…via,  via allora, quest’abito da mascherato! Questo incubo! Apriamo le finestre: respiriamo la vita! Via! Corriamo fuori!(arrestando d’un tratto la foga)

Dove? A far che cosa? A farmi mostrare a dito da tutti, di nascosto, come Enrico IV, non più così, ma a braccetto con te, tra i cari amici della vita…

E allora, dottore, vedete se il caso non è veramente nuovo negli annali della pazzia! – preferii restar pazzo – trovando qua tutto pronto e disposto per questa delizia di nuovo genere: viverla – con la più lucida coscienza – la mia pazzia e vendicarmi così della brutalità di un sasso che m’aveva ammaccato la testa! La solitudine – questa – così squallida e vuota come m’apparve riaprendo gli occhi – rivestirmela subito, meglio, di tutti i colori…di quel lontano giorno di carnevale…e obbligar tutti quelli che si presentavano a me, a seguitarla… quell’antica mascherata.

 Chi parla così, è quel colossale personaggio tragico che è l’ “Enrico IV” pirandelliano, che prende la decisione di costruire intorno a sé una realtà, sicuramente fittizia, ma stabile e non fluttuante. Una decisione che espone con un linguaggio serrato, lucido, preciso e con una vivacità espositiva che potrebbe sembrare inadatta ad idee tanto astratte, ma questo è il segno distintivo dell’arte pirandelliana. Enrico IV è un pazzo cosciente: in seguito al trauma riportato alla testa per una caduta da cavallo, per qualche tempo crede di essere realmente l’imperatore Enrico IV redivivo. Nel castello dove si rintana, si circonda di servi e comparse travestiti con i costumi dell’epoca. E i problemi che travagliarono l’esistenza dell’Enrico IV storico diventano i suoi problemi e quindi vive, smania, soffre in funzione di tutte le circostanze della vita dell’uomo di cui ha assunto l’identità. Ma, come abbiamo visto, c’è una sorpresa finale che sgomenta lo spettatore: da molto tempo Enrico non è più pazzo, ma per vent’anni ha continuato a tenere quella maschera e continuerà a tenerla per non abbandonare mai la parte che ha vissuto e deciso di vivere.

Possiamo dire che con Pirandello la paura, l’insicurezza, l’angoscia, la disperazione, la mancanza e la crisi di valori e ogni altra situazione d’incertezza esistenziale entra a teatro e diventa forse anche specchio per il pubblico degli spettatori. L’unica cosa certa, a questo punto, è nel paradosso della “certezza dell’incertezza.